HOMEPAGE
FONDAZIONE
SOSTEGNO A DISTANZA
PROGETTI
INDIA/NEPAL
CENTROAMERICA
VOLONTARIATO
PROGETTO SCUOLE
PROPOSTE SOLIDALI
VIAGGI MISSIONARI DEL SORRISO
AMICI DELLA FONDAZIONE
COME AIUTARCI
CONTATTI
EMERGENZE
AREA RISERVATA

 

I Maya

La civiltà Maya:
La civiltà maya si sviluppa in un arco di 3.000 anni di storia su un territorio vasto piú di 300.000 chilometri quadrati con condizioni climatiche e ambientali molto diverse tra loro – umide foreste tropicali, sierre aride, alte montagne e fasce costiere – che comprende la penisola messicana dello Yucatán, il Belize, il Guatemala, l’Honduras e il Salvador.

Nonostante l’apparente omogeneità culturale, le concezioni artistiche e architettoniche dei tanti ceppi Maya sono diversissime tra loro, essendosi sviluppate in regioni isolate le une dalle altre e in periodi storici differenti. L’arte e la scienza maya – considerate l’espressione culturale piú alta e sofisticata di tutte le civiltà della Mesoamerica – nascono inizialmente in luoghi diversi e soltanto nel Periodo Classico le conoscenze acquisite dai vari gruppi vengono combinate e utilizzate comunemente.
La società maya era regolata da una rigida gerarchia che vedeva al primo posto della scala sociale l’Ahau, il Signore e re, che aveva un potere divino simile a quello dei faraoni d’Egitto. Ai sovrani sono dedicate le immense piramidi, i monumenti e le stele che recano lunghe iscrizioni con il racconto della loro discendenza dinastica, delle loro imprese militari e degli atti di governo.
I libri sacri:
Le origini, i miti e la storia della civiltà maya ci sono stati trasmessi inoltre da due libri, compilati e trascritti in epoca coloniale: uno è il Popol Vuh (letteralmente, “libro della comunità” o “del consiglio”) o, il testo sacro dei Maya Quiché del Guatemala che raccoglie la genesi, la mitologia e la storia antica per quanto riguarda le migrazioni e il contatto con le culture olmeca, tolteca e maya yucatena; l’altro è il Chilam Balam, una raccolta di cronache maya dello Yucatán in dodici quaderni che contiene testi di carattere religioso, cronologico e profetico.
Il nome Chilam Balam (“colui che è bocca”) era un titolo che veniva dato ai sacerdoti di Maní che interpretavano le volontà divine. I sacerdoti erano una casta privilegiata nell’universo maya e secondo la loro concezione religiosa il mondo era stato creato da entità sovrannaturali e poteva continuare a esistere grazie alle energie divine, alimentate però dalle azioni degli esseri umani. I sacerdoti erano esperti astronomi e per loro vennero eretti numerosi osservatori nei centri cerimoniali, costruiti secondo le leggi dei movimenti astrali.

Il calendario:
Per poter stabilire i rapporti tra gli eventi astrali e gli avvenimenti terrestri i Maya avevano elaborato un Calendario Rituale (tzolkin) di 260 giorni, composto da cicli di 20 giorni rappresentati da glifi e da 13 cifre, e un Calendario Solare (haab) di 365 giorni – di sorprendente precisione matematica se confrontato con il calendario del mondo moderno – suddiviso in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, piú un breve periodo di 5 giorni nefasti (uayeb), chiamati anche “giorni sospesi” o “perduti”.
Le divinità:
Le credenze religiose dei Maya sono complesse e includono una grande varietà di divinità legate alla natura, al cielo e al mondo sotterraneo. L’Universo maya è rappresentato dalla ceiba, l’Albero Cosmico. Una divinità in particolare è presente dappertutto nell’iconografia religiosa ed è il dio Chaac, associato al mais, all’acqua, alla pioggia e all’energia vitale in genere.
Palenque:
Nella regione del Chiapas, nell’umida e impenetrabile foresta che qui regna sovrana, sorge la città di Palenque, sublime esempio dell’architettura maya di epoca Classica, paragonabile soltanto ai centri monumentali di Tikal in Guatemala e di Copán in Honduras. Grandiosa doveva apparire Palenque al tempo del suo massimo splendore, con le piramidi dipinte di rosso avvolte dal verde cupo della vegetazione tropicale che a tutt’oggi copre ancora gran parte della città che anticamente si estendeva per 15 chilometri quadrati. Gli edifici piú importanti, come il Gruppo della Croce, il Tempio delle Iscrizioni e il Palazzo, risalgono tutti alla metà del VII e all’inizio dell’VIII secolo, quando il regno era guidato dal sovrano Kin Pacal (615-683 d.C.) e da suo figlio Chan Bahlum (683-702 d.C.).
La pelota:
Uno dei luoghi piú impressionanti per spazialità e forza è il gigantesco Campo per il Gioco della Pelota: la corte misura circa 170 metri di lunghezza per circa 50 di larghezza, mentre i muri laterali – ornati da una fascia a forma di serpente – sono alti quasi 8 metri e gli anelli sono fissati a un’altezza di oltre 7. Guardando quei bersagli cosí alti viene spontaneo chiedersi come i giocatori potessero lanciare la pesante palla di caucciú fin lassú senza usare le mani, colpendola soltanto con i gomiti, le ginocchia e i fianchi.
Il Gioco della Palla era noto fin dal tempo degli Olmechi ed era legato a un antico mito tramandato dal Popul Vuh che racconta la lotta tra le divinità terrestri e solari e i demoni dell’Inframondo. Il gioco era associato al culto del Sole che doveva rinascere ogni giorno abbandonando il mondo delle tenebre: il campo da gioco rappresentava la Terra, mentre la palla simboleggiava il Sole, per cui il giocatore che lasciava cadere la palla doveva essere sacrificato poiché aveva impedito al Sole di rinascere. Vi erano civiltà come gli Zapotechi e i Totonachi dove il Gioco della Pelota era diventato un’ossessione – nel centro cerimoniale di El Tajín esistevano ben 14 campi di gara – anche se le regole e l’abbigliamento dei giocatori cambiavano a seconda dei riti, che culminavano comunque quasi tutti nel sacrificio di sangue.
Nel Gioco della Pelota di Chichén Itzá si fronteggiavano due squadre formate da sette elementi ciascuna, le cui immagini compaiono sui rilievi che ornano la base dei muri: i giocatori erano protetti da cinture che coprivano le parti vulnerabili dalle natiche alle ascelle e da paracolpi sulle braccia e sulle ginocchia. Sui limiti nord e sud del campo furono costruite due ampie piattaforme con due templi dedicati al Sole e alla Luna, anch’essi coperti interamente da bassorilievi. Addossata al muro esterno si trova una piramide tronca, chiamata il Tempio dei Giaguari che, nella parte bassa, possiede una camera decorata da rilievi con al centro un trono di pietra a forma di giaguaro. La sala sulla cima, visibile dal campo di gioco, è sorretta da due giganteschi serpenti a sonagli ed era adibita a stanza rituale durante le competizioni.

La fine della civiltà Maya:
Chichén Itzá era una delle tre città governate da gruppi guerrieri giunti nello Yucatán da terre straniere, i quali avevano imposto il loro dominio nel territorio maya: gli Itzá si erano stabiliti a Chichén Itzá, gli Xiú a Uxmal e i Cocom a Mayapán. Le rivalità tra i tre regni si accentuarono nel XIII secolo e, secondo le cronache del Chilam Balam, la signoria di Mayapán riuscí a rovesciare la dinastia di Chichén Itzá, affermando cosí la propria supremazia sulla regione. Anche Mayapán venne costruita nel segno del “serpente piumato” Kukulkán e la disposizione degli edifici fa pensare a una Chichén Itzá di dimensioni minori: il centro cerimoniale comprende la Piramide di Kukulkán, il Tempio dei Guerrieri con sale colonnate, un Tempio del Pianeta Venere e un Caracol che serviva da osservatorio astronomico. Il potere dei governatori di Mayapán venne spezzato nella stessa maniera violenta con la quale era nato: nel 1441 i nobili della città, stanchi della tirannia Cocom, si allearono con il gruppo Xiú e uccisero l’ultimo sovrano insieme a tutta la sua famiglia. Da allora lo Yucatán rimase in preda alla guerra civile, durante la quale sedici piccoli regni si combatterono ferocemente.
Questo sarà lo scenario che i Conquistadores spagnoli troveranno al loro arrivo nello Yucatán nel 1527, ma le discordie dei singoli feudi non faciliteranno la conquista: gli Spagnoli sono costretti a battersi su piú fronti e soltanto alla fine del XVI secolo la regione può venire parzialmente assoggettata. Gli ultimi Maya resisteranno disperatamente ai nuovi padroni, alle loro leggi e alla nuova religione, il cristianesimo. L’Ordine dei Francescani cercherà di dominare la popolazione assumendo il ruolo insieme di predicatori, politici e giudici: nelle cronache sono ricordati i violenti metodi inquisitori dei frati, che suscitano grande scompiglio tra gli Indios, tanto che molti preferiscono suicidarsi piuttosto che vivere nel terrore. Rimane celebre l’autodafé del vescovo Diego de Landa, personaggio ambiguo che, pur lasciando una preziosa documentazione sulle tradizioni maya, era un implacabile persecutore dei “pagani”: nella pubblica piazza di Maní – la città porta il nome profetico di “è tutto finito” ed era stata l’ultima sede dei Maya Xiú – fece bruciare sul rogo tutti gli antichi codici maya, distruggendo un tesoro inestimabile, abbatté gli idoli e fece giustiziare gran parte della popolazione. Fu questa la fine morale della cultura maya, anche se per secoli sono continuate a esistere sacche di resistenza nella giungla del Quintana Roo e del Chiapas, che vennero però spezzate definitivamente alla fine dell’Ottocento dalle prime truppe federali del Messico.


Rigoberta Menchú
“Io so che nessuno potrà togliermi la mia fede cristiana, né il regime, né la paura, né le armi, ed è anche questo che devo insegnare alla gente. Che uniti possiamo costruire la Chiesa popolare, una vera Chiesa, che non sia solo gerarchia o un edificio, ma che porti un reale cambiamento in noi come persone”.
Rigoberta Menchú è nata il 09 gennaio del 1959 in una povera famiglia Indigena contadina ed è cresciuta tra i Quiché-Maya.
Da piccola aiutava i genitori con il lavoro agricolo sia nella regione montuosa del nord, dove la sua famiglia viveva, che sulla costa del Pacifico dove adulti e bambini raccoglievano il caffè nelle grandi piantagioni.
Una vita dura, improntata sul lavoro della terra, sulla semina del mais, sacro sostentamento dell’uomo. “Il mais è al centro di tutto - racconta - è la nostra cultura”. Una cultura che rispetta l’unico Dio, il sole, che è il cuore del cielo.
Padroni delle loro terre, gli indios se le sono viste portare via, espropriare dai potenti di turno.
Rigoberta, nella vita di stenti del suo popolo incarnata nella vita dei suoi genitori, che erano gli “eletti” della sua comunità, e vivendo direttamente su di sé tremende ingiustizie dettate dal razzismo nei confronti degli indigeni, sente crescere in lei una coscienza, sente l’umiliazione vissuta dal suo popolo considerato alla stregua di animali.
“Io sono cristiano, e il dovere di un cristiano è di combattere contro tutte le ingiustizie che vengono commesse contro il nostro popolo… C’è a chi tocca dare il proprio sangue e c’è a chi tocca dare le proprie forze; perciò, finché possiamo, diamo la forza”. Queste parole diceva suo padre, Vicente Menchú, diventato leader degli indios.
La situazione socio-politica del Guatemala, suo Paese d’origine, ha condizionato tutta la sua esistenza. Dal 1954 sino al 1996, questa nazione del Centro-America ha sperimentato una lunga e sanguinosa guerra civile, che ha causato migliaia di morti, la maggior parte civili. Nel corso del conflitto interno, non si sono risparmiate esecuzioni extragiudiziali, torture, “sparizioni” e deportazioni in massa. Si sono poi perpetrati massacri di comunità rurali d’indigeni, tanto da provocare il genocidio delle popolazioni maya. Il fine ultimo era eliminare radicalmente ogni possibile supporto alla guerriglia marxista. Alla fine degli anni ‘70, gli eccidi si sono intensificati, raggiungendo nel 1981 una fase cruenta. Proprio in quell’anno, Rigoberta Menchú, appartenendo all’etnia maya quiché, fu costretta ad abbandonare il proprio Paese per sfuggire allo sterminio e si rifugiò in Messico. La fuga fu traumatica e dolorosa: i suoi genitori e i fratelli, dopo essere stati torturati, furono barbaramente uccisi dai gruppi paramilitari. Questa tragedia familiare la indusse a dedicarsi totalmente alla difesa dei diritti umani. Prima del suo esilio messicano aveva aderito al Comité de Unidad Campesina (CUC), organizzazione di contadini che si prefigge come obiettivo il riconoscimento dell’identità degli indigeni a livello politico e sociale, puntando sulla realizzazione di riforme strutturali e che opera ancora oggi. Nel corso degli anni ’80, per promuovere la causa del suo popolo, Rigoberta Menchù ha partecipato a una serie di conferenze in Europa e negli Stati Uniti. Al di là dei confini guatemaltechi, ha appoggiato la lotta dei contadini maya e, nel 1982, contribuì alla fondazione della formazione anti-governativa Representación Unitaria de la Oposición Guatemalteca (RUOG).
Nel 1983 ha raccontato la sua vita a Elisabeth Burgos Debray. Il libro risultato si intitolò, in ingelse, “I, Rigoberta Menchú” (Mi chiamo Rigoberta Menchú); uno straordinario documento umano che catturò l’attenzione internazionale. Attraverso l'intermediazione dell'autrice Elisabeth Burgos, descrive la situazione tragica del popolo guatemalteco, oppresso ed ucciso dai Conquistadores ladini. Ci offre uno scenario fatto di riti quotidiani, antiche credenze, piccoli gesti simbolici che ricollegano i guatemaltechi agli antichi Maya. La vita degli indigeni è incentrata sul rispetto nei confronti della natura; l'alimentazione è fatta di ciò che si coltiva, le abitazioni sono costruite di arbusti e gli animali sono componenti della famiglia.
Nel 1986 Rigoberta Menchú divenne un membro del Comitato Coordinatore Nazionale del CUC e l’anno successivo ha prestato la sua voce alla narrazione di un film, dal titolo “Quando le montagne tremano”, sulla lotta e le sofferenze del popolo Maya.
In almeno tre occasioni Rigoberta è tornata in Guatemala per perorare la causa dei braccianti Indigeni, ma delle minacce di morte l’hanno costretta a tornare in esilio.

Nel 1991 prese parte alla stesura da parte delle Nazioni Unite di una dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni. ed è tornata in Guatemala per lavorare al cambiamento del paese.
Nel 1992 riceve il Premio Nobel per la Pace “in riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene”. Il premio le è stato conferito in parte per la sua biografia “Mi chiamo Rigoberta Menchú” del 1987.

Rigoberta ha inoltre cercato, nel 1999, di far processare in un tribunale spagnolo l'ex dittatore militare Efraín Ríos Montt, per crimini commessi contro cittadini spagnoli; tali tentativi sono stati comunque senza esito. In aggiunta alla morte di cittadini spagnoli, le accuse più gravi comprendono il genocidio contro la popolazione Maya del Guatemala.
Nel 2007, in occasione delle elezioni presidenziali del 9 settembre, si è candidata a capo della sinistra, ricevendo appena il 3% dei suffragi.