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"I Fratelli Dimenticati"

da "I Fratelli Dimenticati" Giugno-Luglio 2010 n. 115, pag. 3
Passaggio al Nepal di Emiliano Brajato - Consigliere
Tornare in Nepal, significa sentire i semi radicati nella terra e al tempo stesso il vento di tante contraddizioni e problemi che sembra gettare in balia del cieco caos tanti sforzi e progetti. La Fondazione è impegnata da molti anni in Nepal, in un contesto difficile, che
presenta i limiti oggettivi di un paese dove la corruzione e l’instabilità sono altissime, e dove la percezione dell’ “altro” è totalmente differente dalla nostra.
Di fronte a questo, che cosa possiamo fare?

La speranza che leggo tra le righe delle mille difficoltà che la storia del Nepal e delle scuole che la Fondazione sostiene attraverso i benefattori e che danno la possibilità di studiare a tremila bambini, presenta i volti e i nomi di chi ogni giorno si spende per poter portare avanti il cambiamento. Durante le visite ai villaggi, ai progetti agricoli nei dintorni, alle presunte autorità della Chiesa, della Caritas, del governo, non posso fare a meno che richiamare un episodio evangelico: la moltiplicazione dei pani. Si tratta di un brano riportato in tutti e 4 i vangeli, seppur con sfumature diverse, che mette in luce diverse reazioni, luci e ombre che sono anche le nostre. Lo smarrimento dei discepoli di fronte a tanta gente affamata è anche il nostro, di fronte a due terzi del mondo che vive sfruttato ed in contesti in cui arrivano cellulari e pepsi-coca-cole, ma non le medicine e l’istruzione. Contesti in cui ogni relazione basata sul potere, sia religioso che laico nega sempre i diritti e l’esistenza di milioni di persone. E la fame che vediamo oggi in Nepal non è solo fame di cibo, è anche fame di diritti, di giustizia sociale, di dignità. Ma è anche la nostra di fame, fame di voler fare qualcosa, fame di comprensione, fame di senso. Anche noi siamo in quella folla affamata. Ed anche noi domandiamo “che fare?”. Che fare di fronte a tutta questa gente affamata? Che fare di fronte al nostro appetito di risposte?
Gesù va oltre il dilemma posto dai discepoli. C’è tanta gente. Ha fame. Noi abbiamo solo pochi pani e pesci. La risposta che da assomiglia a quella dei maestri buddhisti zen che spostano il fulcro della domanda: “Fateli sedere” (Gv, 6). Gesù non risponde che bastano i pochi pani, né i duecento denari, né tutti gli SMS solidali ad un euro. Nemmeno le maratone televisive o le logiche di (no?) “profit” solidale. No non bastano. “Fateli sedere”.
E in Mt. 12, 13, ancora più radicalmente: “Date loro voi stessi da mangiare”. Date tutto voi
stessi, la vostra vita, perché solo se diventa pane condiviso ci possiamo sedere assieme, perché vi sia gioia piena. Occorre cambiare posizione. Sedersi assieme. E proprio una delle sere in cui cenavamo assieme,uno degli ultimi giorni, Sorella Gloriosa, ci ha raccontato un episodio. Tra i villaggi attorno alla missione vive vagabondo un bambino sordomuto, malconcio e sporco che chiede elemosine. Un giorno, una bambina che le Sorelle conoscevano è scappata di casa. Non trovando nessuno che la aiutasse si è raggomitolata all’angolo di una strada. Faceva freddo, era sporca, abbandonata. Passando di lì, il bambino sordomuto la vide e le diede tutto quello che aveva elemosinato quel giorno, 5 rupie. Il tempo dei muti che parlano è ora, se le nostre orecchie sono pronte ad intenderlo.


da "I Fratelli Dimenticati" Giugno-Luglio 2010 n. 115, pag. 14-15
Doranda (India)
di Suor Ansumala, DSA
I miei saluti affettuosi a tutti voi. Sono Suor Ansumala, incaricata della comunità di Doranda.
Doranda dista dalla città di Ranchi solo tre chilometri. La maggior parte degli uffici governativi e non governativi si trova qui. Essendo una zona urbana, vi risiede gente di ogni casta e religione.
Qualcuno è arrivato e si guadagna da vivere come operaio o impiegato, altri mendicano. C’è quindi una grande differenza tra i diversi standard di vita della gente. Qualcuno è veramente ricco e vive in case moderne e qualcuno è molto povero e vive in piccole casupole. I ricchi educano i propri figli in scuole cosiddette “English Medium” (scuole nelle quali si insegna quasi esclusivamente in lingua Inglese) e i poveri mandano i loro figli a studiare nelle scuole cosiddette “Hindi Medium” (scuole nelle quali si insegna in lingua Hindi). La nostra “Kuldeep Middle School” è una di queste scuole, dove studiano principalmente bimbi poveri. Sono figli di tiratori di rickshaw, autisti di moto-rickshaw, lavoratori a giornata e cenciaioli. Questa gente trova estremamente difficile comprare i libri e il materiale scolastico e affrontare le spese per l’istruzione. Lavorano duro e cercano di educare i figli. In questa situazione il vostro sostegno ai bambini nella scolarizzazione ha dimostrato essere molto utile. Questi bambini stanno cercando di crearsi un futuro migliore con la vostra assistenza.
Sicuramente gli studenti che hanno terminato i loro studi in questa scuola si sono iscritti ad altre scuole di grado superiore. Anche loro sono aiutati.
Vi ringrazio quindi dal profondo del mio cuore. In Doranda la maggioranza dei cattolici è tribale. Tutti vivono insieme e in unità. Il “Catholic Sabha” (il Consiglio Cattolico), “Mahila Sangh” (associazione delle Donne) e organizzazioni giovanili hanno un ruolo chiave in tutte le decisioni e questo risolve molti grossi problemi. La gente è molto generosa e grazie a questo, i lavori di riparazione in parrocchia sono stati completati senza particolari difficoltà. Ogni famiglia ha contribuito secondo le proprie possibilità. Il 29 marzo si celebra la festa di “Sarhul”. È una delle feste più grandi per gli indigeni. È la festa della Primavera e si tiene quando gli alberi di Sal sono in piena fioritura.
Questo segna l’inizio del ciclo agricolo. Il rituale del “Sarhul” consiste nell’osservanza di molte cerimonie, l’aspersione dell’acqua augurale, l’esaminazione della stessa, la cattura di polli, granchi, pesci, il bagno rituale e il matrimonio simbolico di “Pahan” e sua moglie seguito dalla solenne processione al Sarna (cimitero del villaggio), la preparazione per la puja (preghiera) e l’offerta dei sacrifici agli spiriti e agli dei. Al mattino presto uomini e donne fanno il bagno rituale, i cesti per la spulatura sono impilati con alcune spighe di riso. Un matrimonio simbolico tra la terra e il cielo è rappresentato nel cortile del “Pahan”. Il “Pahan” e sua moglie rappresentano rispettivamente il cielo e la terra. Sono seduti su un giogo piazzato sopra una macina e tre covoni di paglia. Il “Mahto”, il capo villaggio ufficia la cerimonia, mette l’olio e lo scarlatto sulle loro teste. Vengono bagnati con l’acqua mentre la gente grida “bariso” “bariso”: che arrivi la pioggia! Il capo villaggio offre quindi da bere birra di riso agli anziani del villaggio. Più tardi parte del riso impilato è santificato dal “Pahan” e messo da parte per essere usato al tempo della mietitura. Dalla casa del “Pahan” la gente del posto prosegue verso il “Sarna”, il cimitero del villaggio, in solenne processione, con i suonatori del villaggio che picchiano i tamburi e suonano i flauti. Il Pahan con il cesto per la spulatura, la sedia di “Chala Paccho”, la signora del sepolcro, che è guardiana del villaggio, sono portati in spalla al cimitero, dove sacrifici vengono offerti agli spiriti del villaggio e ai Dharmes (dei). Quando la processione arriva al “Sarna”, il “Pahan” pone il cesto sotto un albero. Lega l’albero con tre fili grezzi, lo unge con la polvere scarlatta e gli fa delle riverenze. Si crede che ora la Chala Paccho abbia preso posto nell’albero di Sal. Le riverenze non sono per mostrare rispetto all’albero di Sal, ma alla signora del sepolcro, adesso nel suo posto legittimo, come fosse seduta sul suo trono. Il giorno seguente il Pahan va in giro distribuendo fiori di Sal e alcuni chicchi di riso tenuti da parte dopo la santificazione durante il matrimonio simbolico, a tutte le famiglie di etnia Oraon del villaggio come segno della benedizione del Sarhul e di speranza e prosperità. Dopo le cerimonie il giorno trascorre in festeggiamenti con danze e birra di riso. Nonostante la nostra sia una missione “di città” le tradizioni indigene sono, fortunatamente, ancora molto forti. Questo tiene la comunità unita, il che si riscontra sopratutto nel momento del bisogno. La civilizzazione, purtroppo, ha portato ad uno sterile individualismo materialista e ha tolto il sorriso a genitori e figli.
Sono veramente grata a voi tutti cari benefattori per il vostro generoso aiuto. Tutti noi preghiamo per la vostra buona salute, prosperità e lunga vita.