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I Viaggi del sorriso 2004 - Diari

- Un viaggio diverso. Guatemala 23 Giugno – 1 Luglio 2004
- Rientro con l’India nel cuore. India 8 - 26 Novembre 2004

Un viaggio diverso
Guatemala 23 Giugno – 1 Luglio 2004

L’esperienza supera le più rosee aspettative. Carla, al suo primo volo, è osservatrice insaziabile. Gode d’ogni cosa: i superbi panorami ombreggiati dalle nubi sotto di noi, il cielo immenso e palpabile violato dal 747-400, la tecnologia artefice dei tanti comfort di cui godiamo, la cortesia del personale, i catering. Osserva, scopre, mette in opera i vari marchingegni. Per breve tempo dimentica perfino la sua caustica ironia. Voliamo inseguendo il sole, in una giornata luminosa e lunghissima che pare non voler lasciare spazio al tramonto.

L’arrivo a Guatemala City ci trova tutti un po’ provati e del tutto impreparati alla scoperta che non sono giunti i bagagli. Arriveranno tre giorni dopo ad Antigua.
Il caos è mostruoso e tuttavia Mario ci fa defilare velocemente tra la folla fino ai mezzi che ci attendono. Incontriamo suor Esperancia, una giovane Signora, in borghese su permesso, che con incredibile abilità e buon umore ci conduce attraverso l’inferno della città, bloccata forse da una festa, fino alla impensabile pace di Villasol dove, pur essendo passata la mezzanotte, ci attendono Madre Attilia e le sue consorelle. Siamo quasi sfiniti. Eppure l’atmosfera di serenità che emana da ogni persona e cosa che ci circonda arriva al cuore, scalda la stanchezza, rassicura. Ci corichiamo nelle nostre camere con la sensazione di essere arrivati a casa.

Freschi e riposati affrontiamo la prima giornata del nostro itinerario. Una preghiera insieme davanti alla colazione, i saluti e ci avviamo nel sole verso l’antica capitale. Guatemala City, verde e festosa, sfuma rapidamente nei pittoreschi sobborghi e, in breve siamo ad Antigua. Belle case coloniali, una piazza affollata di alberi e indios con i loro piccoli commerci, una chiesa. Gli occhi sembrano non bastare per assorbire questo vociante e coloratissimo mondo che una generosa primavera illeggiadrisce di verde e fiori.

Visitiamo Antigua, ciò che i terremoti hanno lasciato della sua elegante architettura, le tante chiese, i monasteri, i suggestivi chiostri. Siamo nella stagione delle piogge ma il sole illumina tutto.

La giornata del 25 si accende con Padre Contran che ci conduce a visitare un suo sogno in fase di realizzazione: un villaggio di piccoli monolocali nei quali poter alloggiare, reinseriti in famiglia, gli ospiti recuperati e recuperabili dell’ "Hermano Pedro", il Piccolo Cottolengo del Centro America. Il progetto mira a restituire quante persone possibili alla famiglia e alla comunità a fare posto ad altri bisognosi.

Rientriamo ad Antigua per assistere alla messa celebrata da Padre Giuseppe Contran in guatemalteco e in italiano da Don Claudio Bolla. Tutti sorridono, "ci sorridono" e noi siamo incapaci di frenare le lacrime e chiediamo con lo sguardo aiuto alla loro serenità. Non siamo più né turisti né viaggiatori, ma persone in cerca della forza necessaria per percorrere i sentieri della sofferenza che ci viene incontro e ci annienta. Loro non sono annientati per nulla. Ci sorridono, ci sfiorano le mani. Carla e l’unica capace di far la cosa giusta: si ferma, li accarezza, li bacia; è proprio quello che desiderano e le sorridono grati.

Arriviamo all’ala dell’ospedale che deve essere inaugurata. Ovunque carrozzine, sorrisi, fiori, palloncini colorati: è una gran festa. Carla si muove come se avesse sempre vissuto questo ambiente: distribuisce carezze, accetta fiori, sorride, taglia il nastro del reparto. Solo quando viene scoperta la lapide dei genitori si permette poche lacrime che ingoia subito per rispondere sorridendo al grande applauso.

Ci ritroviamo tutti ospiti di Padre Contran per il pranzo. Incalzato dal nostro interesse ci racconta, parla, sembra contento. A un tratto però tutta la sofferenza del mondo si concentra nei suoi lineamenti e, con desolazione, ci spiega: «È una goccia in un oceano. Non ho più posto per accogliere i sofferenti e non sono capace di rifiutarli. Cosa debbo fare?» Restiamo muti di fronte a quella composta angoscia. Muti e inutili.

Ripartiamo silenziosi sotto una pioggia battente. Scorre un paesaggio intensamente coltivato su terreni rubati alla giungla senza l’aiuto di mezzi meccanici: una fatica improba se si pensa alla crescita del bosco in un clima caldo e umido. Scendiamo davanti alla Parroquia Franciscana de "El Espirtu Santo". Ci riceve un personaggio che emana una prodigiosa energia vitale: Padre Attolio Prandina. Sembra un muratore. È molto affaccendato. Il cellulare non tace un istante. Si respira un’aria di aspettativa. Sono a tavola con noi e poche suore, due novizie e un gruppo Maya. Una vecchina soffice e tiepida, avvolta in un enorme scialle, passa da uno all’altro per abbraccio.

Siamo presso l’opera del Centro per la Donna "Kanan Ulew" sulle montagne del Quiché. I Maya che le abitano – afferma Padre Attilio – rappresentano con la loro cultura e spiritualità una sfida al quotidiano sempre più individualista e materialista nel quale viviamo. Scopriamo che il giorno dopo il nostro arrivo, il 26.06.2004 è il 3° Anniversario dei Martiri i cui resti mortali sono stati ritrovati in un pozzo e in fosse comuni. La missione ha costruito una piccola cappella intorno al pozzo e ha conservato alla memoria dei posteri una stanzetta nella quale restano le tracce delle torture e delle uccisioni di persone innocenti, sacrificate alla ferocia e alla follia di una repressione che ha insanguinato il Paese tra il 1970 e il 1984.

Ritroviamo intatta questa atmosfera l’indomani mattina nella grande piazza della chiesa affollata da tantissimi Maya suddivisi in gruppi leggibili nei colori degli abiti che distinguono i vari villaggi. Ovunque è un brulichio di cartelli del ricordo con croci e nomi. Ovunque è silenzio, rispetto, dolore.

Padre Attilio li chiama per gruppi e in perfetto ordine li conduce attraverso tutto il Paese e poi su fino al termine della collina del Golgota che ospita il cimitero. Verrà celebrata la cerimonia della memoria prima col rito cattolico intercalato da musica e fervidi canti, poi dal rito maya, con danze e offerte. Il silenzio intenso ammutolisce perfino l’ équipe giornalistica e televisiva.

Quando lasciamo Zaqualpa sappiamo di portare con noi qualche cosa che tracimerà i limiti del tempo e spazio del viaggio per accompagnarci, esperienza preziosa, durante il cammino dell’esperienza dell’esistenza.

Raggiungiamo Chichicastenango. Il sole ci accompagna ancora. Siamo ospiti della Posada del Rey. Cena e serata tranquille. L’esperienza di Zaqualpa è ancora viva e ci irretisce in una specie di sopore, ci impone riflessione.

Partiamo per Panajachel sul lago Atitlan, uno dei più belli del mondo. Ancora mercatini, brevi commissioni, ma è bello soprattutto ritrovarsi presto insieme per una meditazione sul Vangelo. Padre Claudio ci conduce a riflessioni così attuali e integrate nell’esperienza che stiamo vivendo che vorrei ringraziarlo. Non lo faccio ma ci siamo capiti. E io, evangelica per convinzione e per antica tradizione famigliare, mi sento così a mio perfetto agio in ogni momento sotto il cielo di questa nostra comune fede in Cristo che ha un così grande bisogno di essere trasmessa ma, soprattutto vissuta.

Rientriamo a Guatemala City. Il viaggio volge al termine ma le suore francescane di Villasol sono fermamente decise a farci vivere questi due ultimi giorni secondo le regole della loro generosa ospitalità. Consumiamo insieme i pasti, insieme cantiamo al suono degli strumenti che le "sorelle" utilizzano con innata capacità.

E visitiamo la città con il suo fardello di bisogni e di allegria, di ingiustizie e di speranze: scuole e asili illuminati da occhi brillanti come stelle e sorrisi curiosi, quartieri poveri e piazze maestose.

E siamo alla nostra ultima sera guatemalteca. Una funzione nella piccola cappella delle suore sottolinea i sentimenti di solidarietà che ci hanno accomunati nel nome del Signore.

La cena ci riunisce intorno a un tavolo e poi al suono degli strumenti che le suore suonano con perizia. Sembra crescere, con il senso del commiato, anche la comunione a la fratellanza e, poiché siamo nel paese del Sorriso, la tristezza si dissolve nella stanza. Le suore sono bravissime. Misurate e musicali si muovono con grazia contenuta sotto gli occhi orgogliosi di Suor Attilia che condivide, con animo latino, lo spirito della straordinaria serata.

Partiamo l’indomani sotto un tumultuante temporale. Il lungo volo di ritorno, verso la notte questa volta, si accorcia nelle ore del sonno.

Il rientro alle nostre case è gioioso ma tutti sappiamo che da oggi nel nostro cuore resterà il vissuto della coinvolgente esperienza trascorsa e in tutti il proposito di non dimenticarla e di adoperarci perché possa diventare un robusto seme capace di efficacemente riprodursi.

Licia

Rientro con l’India nel cuore
India 8-26 Novembre 2004

Carissimi della Fondazione, vi scrivo dalla mia scrivania con le foto appena sviluppate del viaggio nella meravigliosa India.
Voglio ringraziarvi di cuore per il bene che ho avuto modo di vedere che donate ogni giorno ai bambini, anziani ed ammalati in questo posto. Sono trascorsi quattro giorni dal rientro in Italia, alla vita occidentale…non riesco a rendermi conto se siano tanti o pochi, solo sento una forte nostalgia dell’India, delle sue persone, dei suoi colori, dei suoi profumi (non del cibo però), nostalgia del gruppo di amici che ho conosciuto durante il viaggio. Non voglio morire di seminato…emozioni, amicizie, sentimenti, portare nella nostra vita quanto abbiamo imparato.
E’ stato umanamente bello ed importante toccare con mano situazioni e realtà che si credevano lontane da noi, a volte addirittura inesistenti. Ho ancora in mente la gioia sui colti delle persone che ho incontrato, la gentilezza, l’ospitalità, il desiderio di condivisione. Sembra paradossale, ma pur nella povertà, nella malattia, le persone sembravano non aver perduto a loro dignità e ad un sorriso ricambiavano con una gioia che mi ha lasciato sbigottito. Ricordo la casa per anziani a Bombay dove ringraziavano Dio per la nostra visita. Idem nelle scuole del sud dove i bambini ci hanno accolti con gioia, con una vivacità che commuovevano. E l’impegno nelle rappresentazioni? Niente a che vedere con la nostra realtà. Quante persone ci capita di incontrare durante la giornata? Quante sono insofferenti per questo o per quello? A volta credo facciano a gara a chi sta peggio di tutti… altre sono addirittura maleducate ed indisponenti. Non parliamo poi dei nostri bambini che messi a confronto con quelli indiani risultano spenti, grigi.
Il mio cuore è rimasto a Mannakanad dai bambini sordomuti che si esprimevano con il corpo, con una pacca sulla spalla, con un abbraccio, con una stretta di mano, con uno sguardo, con un sorriso. E’ rimasto a Bombay in quelle scuole dove abbiamo trovato i bambini ammalati di aids e mi i stringe il cuore al pensiero che e anche colpa della nostra società, di quelle persone che prendono un aereo e vengono in questi posti per sfogare le loro perversioni… pensando a questo mi torna in mento il mio amico Channu a Goa, sedicenne venditore ambulante che durante l’autunno indiano lascia la sua famiglia ed il suo stato per venire a Goa a vivere su una strada per vendere collanine, bracciali e pezze, speriamo niente altro…
Grazie infinite di tutto, veramente non credo di avere nessuna critica su come è stato organizzato il viaggio. Grazie infinite.

Valentino