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Esperienze missionarie - Anno 2001

Ho deciso di provarci

La regione del Quichè del Guatemala è senza ombra di dubbio quella che più ha subito le crudeltà di una guerra civile che ha colpito l’intero paese dall’inizio degli anni sessanta fino al 1996. Questa regione, popolata dagli indigeni Maya, si presenta, almeno ai miei occhi, come un immenso fazzoletto di terra montana ricoperto da pannocchie di mais.
Qui tutto è a base di mais; allontanandosi un po’ dai “centri urbani” non è difficile trovare strutture abitative dove la pianta di mais non sia coinvolta; così come uno dei primi gesti di ospitalità verso uno straniero incuriosito ed un po’ spaesato è una bevanda calda a base di mais.

Sono arrivato qui un po’ per ritrovare me stesso, un po’ per fare quello in cui credo, un po’ perché il progetto della Casa per le Donne di Zacualpa sembra interessante e coinvolgente.
Sono appena arrivato, vedo che il gruppo precedente è molto ben inserito; un po’ li invidio; aspetto che qualcuno mi dica cosa fare, anch’io voglio fare qualcosa. Niente, tutto il mio gruppo ha la stessa sensazione, qui non c’è niente da costruire, il progetto della Casa è stato rimandato di una ventina di giorni. Mi propongono di camminare per un giorno intero, mi sembra una bella alternativa al non far niente, anche se non ero partito dall’Italia con l’idea di camminare in montagna molte ore.
Devo ricredermi subito: sono invece utilissimo, la mia presenza tra le montagne ancora sconosciute all’uomo occidentale porta speranza, i volti che incontro si illuminano e l’ospitalità delle poverissime famiglie Maya mi coinvolge immediatamente.
Ma come posso essere utile a queste persone se il progetto per il quale sono venuto qui non c’è più?

Molto presto mi accorgo che le mie conoscenze dell’elettricità, della falegnameria, della musica, soprattutto la mia fantasia, sono invece utilissime; qui il riscaldamento delle docce non funziona, la campanella della scuola non funziona, incontro ragazzi desiderosi di imparare ad accordare la loro chitarra, ci sono delle vecchie assi ammucchiate che mi “comunicano” di voler diventare un mobile; ci sono dei momenti da condividere insieme a questa comunità come un funerale di massa, la marcia per la pioggia, la festa di ringraziamento per la fornitura di energia elettrica, il mercato, il viaggio, la fatica, la strada, l’acqua fredda.

La mia giornata è piena, mi alzo alle 6.30 e vado a letto alle 22.00 spossato, non ho neanche il tempo di farmi la doccia, ma non mi importa e non mi pesa.
Finalmente capisco che il Campo di Lavoro c’è, sono io il campo ed il lavoro è su me stesso.
Tutto si basa sulla mia iniziativa, scopro che in realtà c’è molto da fare e che solo a me tocca decidere di intraprendere qualcosa. Non devo aspettarmi che qualcuno mi dica: Davide c’è da fare questo! Sono io che mi accorgo di che cosa c’è bisogno e che devo decidere se farlo o meno.
Decido di provarci, anche se non sono sicuro del risultato.
Finisce il campo, ho fatto tante cose, ma mi sembra di non averne fatte abbastanza, ora mi sento utilissimo e questo lo devo a me stesso, alla comunità di Zacualpa, alle persone con cui ho “viaggiato”.
Per i Maya tutti siamo figli del mais, e questo non può mai mancare alle nostre feste, ai nostri banchetti, rimbocchiamoci le maniche e coltiviamo ovunque noi siamo.

Davide