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Esperienze missionarie - Anno 2003

Mai più come semplice spettatore nel teatro della vita

Quando mi è stato chiesto di redarre una relazione sulla nostra esperienza in Guatemala, non sapevo da dove iniziare…
Ancora adesso mi sto chiedendo cosa mi abbia spinto in questa direzione. Credo sia questo mio bisogno continuo di ricerca in varie direzioni, interne ed esterne: questa esperienza ne rappresenta un aspetto.
Sono partito con poche aspettative, e non ho cercato di immaginarmi come sarebbe stato il luogo o la gente, forse perché avevo già visitato il Guatemala, sia pure da turista, o forse per non crearmi dei preconcetti e vivere l’esperienza in tempo reale, attimo dopo attimo.

Dopo l’estenuante viaggio in aereo, eccoci a Città del Guatemala, e subito l’accoglienza delle Suore di Villa Sol si rivela ai miei occhi qualcosa di speciale; la disponibilità, l’allegria, la serenità nonostante tutto. Prima serie di riflessioni.
Il giorno dopo arriva il resto del gruppo. Come saranno queste persone praticamente sconosciute?
Non importa, desidero incontrarle ed accoglierle nel migliore dei modi per farle sentire a loro agio, così come le Suore avevano fatto con me.
Naturalmente non ci riesco allo stesso modo, però le Suore stesse colmano la mia lacuna. Da quel momento vivremo per circa tre settimane assieme; mi sento stranamente ottimista e credo in questo gruppo così eterogeneo.

Dopo la serata passata assieme cominciamo a conoscerci già un po’ e cerchiamo di sondarci a vicenda con garbo; questo mi sembra un buon inizio.

L’indomani partenza per Zacualpa: primi problemi con i pulmini che, per una serie di fattori, ci vengono a prelevare con un forte ritardo. Non importa, si va e dopo un lungo viaggio arriviamo a destinazione. Il viaggio ci ha dato il tempo di iniziare ad approfondire i nostri rapporti ed arriviamo a destinazione allegri.
Il primo impatto con i resti del mercato domenicale ci smorza un attimo, ma ci pensa Padre Attilio a stemperare e a fugare le nostre perplessità accogliendoci assieme ai frati e suore della missione con grande allegria ed entusiasmo.

Vorrei aprire una parentesi su Padre Attilio. Non avevo mai conosciuto un missionario sul campo, quindi non so se per tutti i missionari valgano le stesse regole comportamentali, immagino comunque di no, se non altro per le differenze caratteriali di noi uomini. Ad ogni modo sono rimasto colpito da quest’uomo così veneto, così vicino all’ambiente in cui vivo, direi un pezzetto del paese in cui vivo, eppure…così vicino alla sua gente, ai suoi collaboratori; distinto, professionale, con lo sguardo rivolto avanti, più in alto, un percorso di fede, vita, conoscenza che porta ad una crescita della coscienza non da tutti. Credo che questo esempio mi si sia radicato dentro in modo speciale, costruttivo.
Chiusa parentesi.
Da lì in poi, tutti gli altri giorni si sono rivelati un continuo susseguirsi di esperienze quotidiane fatte di lavoro, di riflessioni, di ascolto, di festa, a volte di incomprensioni più o meno grandi, di disagio fisico, di commozione, di fatica, di speranza, di gioia, di comprensione, di organizzazione, etc…

Insomma un quotidiano vissuto a fondo, con tutti i colori e le sfumature del vivere vero, non quel vivere in cui i tempi sono scanditi dall’orario di lavoro, seguito da quello degli impegni sociali, seguito dal tempo ricreativo, seguito non so poi da cosa, dipende da chi ti vuol trascinare dove in quel momento, e comunque tutto ben pre-confezionato, scontato, meccanico. Un quotidiano fatto anche di banalità, se raffrontato alla organizzazione del giorno, della settimana, fino al mese, (ho paura a scrivere dell’anno) alla quale sono abituato.

Mi sembrava persino strano che qualcuno si fermasse a parlare con me, interrompendo una qualsivoglia attività, mi metteva a disagio… mi accorgo chiaramente che il disagio è solo mio, perso in tutto il mio lavoro di pensiero.
Dalla seconda alla ennesima riflessione.
A parte l’incarico ricevuto, che mi faceva restare sì con i piedi per terra ma contemporaneamente mi rendeva meno spontaneo, ho cercato di essere me stesso, ricercando dal contatto con il gruppo e con la gente del posto un equilibrio, quale raramente ho sperimentato in altre situazioni. Le differenze culturali, etniche, sociali, geografiche, di pensiero, di…tutto quello che vogliate metterci dentro, si illanguidivano e tutto si amalgamava in un terreno fertile a fare crescere questi rapporti umani, fino a desiderare di diventare un tutt’uno con questa umanità, umanità intesa come entità spirituale.
Non credo avrò nostalgia di quei luoghi in quanto tali, preferisco distaccarmi da sentimenti che legano al passato; confido piuttosto di trasmettere a chi mi sta vicino la lezione vivente che mi è stata impartita in quella porzione di spazio e in quel determinato tempo.
Non credo in futuro di riuscire ad organizzare un viaggio per me stesso con il puro intento di fare turismo sterile; credo di non esserne più capace, sento che un’inquietudine sale al pensiero di muovermi in una qualsiasi realtà come semplice spettatore nel teatro della vita.
Ringrazio comunque tutti, dalla Fondazione che ha reso possibile tutto questo, a chi ci è stato di supporto sul campo, al mondo dello Spirito che sempre ci assiste, a noi tutti, attori protagonisti del nostro cammino.

Pietro