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Esperienze
missionarie - Anno 2004
Gli
occhi di quei bambini mi perforavano il cuore
Quando,
qualche giorno fa, la fondazione ci ha chiesto di scrivere
qualcosa sulla nostra esperienza in Guatemala, non pensavo
che farlo sarebbe stato così difficile… non
so bene da dove cominciare perché è davvero
duro mettere nero su bianco le diverse sensazioni che ho
provato nei ventidue giorni di permanenza in quella meravigliosa
terra. Sono state tre settimane in cui sono riuscita a staccarmi
completamente dalla mia vita di tutti i giorni, in cui non
ho mai sentito il bisogno o la nostalgia di chi avevo lasciato
a casa, perché mi sentivo totalmente coinvolta dalla
realtà che stavo vivendo in quei momenti.
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Quando
sono partita non avevo ben chiaro cosa mi aspettasse, dove
andassimo, che cosa avremmo dovuto fare esattamente e che
terra fosse il Guatemala. Sono partita così,
perché dentro sentivo che avevo davvero voglia di fare
questo tipo di esperienza, avevo bisogno di qualcosa di forte
che mi scuotesse un po’, che mi aiutasse a ritornare
ad essere contenta delle piccole cose; qualcosa che mi aiutasse
a rendermi conto di quanto fortunata sono, a ridimensionare
i miei problemi e a saper godere di più di tutte le
belle cose che ci sono nella mia vita. Avevo però anche
diecimila paure nell’ affrontare questo viaggio, appunto
perché non sapevo bene cosa mi aspettasse e di fronte
alle cose che non conosco finisco spesso col sentirmi spaventata.
Però ero anche profondamente convinta della mia scelta
ed è stata la forza della mia motivazione che mi ha
messo su quell’aereo e che mi ha condotta fino a Guatemala
City.
Per la maggior parte dei giorni trascorsi in Guatemala ho
avvertito dentro di me un sacco di sensazioni, sempre diverse,
alle volte contrastanti. Appena arrivate a Guatemala sono
stata assalita dalla paura: quelle strade notturne vuote,
buie e silenziose, mi inquietavano e mi portavano a pensare
che tutte le brutte storie lette o sentite sulla pericolosità
del Guatemala fossero vere.
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Poi è stata la volta di Antigua e del suo Hermano
Pedro: a distanza di poche ore la paura accumulata
la sera prima si era sciolta di fronte agli sguardi di quei
bambini denutriti, di fronte a quegli occhi che ti fissavano
lanciando un urlo silenzioso, ti perforavano il cuore e ti
lasciavano senza una parola, solo con gli occhi gonfi di lacrime
e la voglia di scappare fuori perché a volte la vista
della pura realtà può fare davvero male!
Mi sono sentita inutile, sciocca, inerme di fronte a dei bimbi
che chiedevano solo una carezza, di fronte a delle persone
adulte meno fortunate di noi che chiedevano solo un abbraccio…..
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Infine
Zacualpa, dove abbiamo trascorso la maggior
parte della nostra permanenza.
Zacualpa: la terra della pace, della calma e della speranza.
Quello che mi ha colpito da subito è stato l’affetto
della gente: a me non era mai capitato che persone
mai viste prima mi accogliessero con tanto calore, con quegli
“abbracci guatemaltechi”, come li abbiamo definiti
noi, perché sono abbracci veri e sinceri, a cui non
ero abituata Alla messa, al mercato, nel sagrato della Chiesa,
nei negozi, ovunque mi sono sentita ben accetta e parte della
comunità. Noi, “las gringas”, come ci avevano
soprannominato i bambini, ci sentivamo un po’ a disagio
in mezzo a tanta disponibilità e gentilezza, perché
non pensavamo di meritare tanto. Si parte sempre dal presupposto
che si riceve del bene se si dà del bene, o se si dà
qualcosa…. Non avendo dato nulla non capivo il senso
di tutta quella gentilezza nei nostri confronti. Poi però,
più passano i giorni e più ti rendi conto che
quello è semplicemente il loro modo di essere. L’offrirti
delle uova e della carne quando non ne hanno quasi per loro,
il cederti il loro posto a tavola, l’accoglierti a braccia
aperte nelle loro case è semplicemente parte della
loro cultura, della loro identità.
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E allora ti chiedi se tu saresti disposto a cedere qualcosa
di tuo, quando questo significa privartene almeno in parte
per regalarlo all’altro! Abbiamo noi questa cultura
del dare incondizionato? Non so….
E tutte “las hermanas” che si donano completamente
a questa gente, che cercano di risollevarli e di infondere
in loro la speranza che si può crescere insieme, che
si può arrivare a vivere in modo migliore, la speranza
che il futuro dei loro figli non sarà come il loro
presente né tanto meno come il loro passato….
La speranza che con la solidarietà le cose
possono cambiare!
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Guatemala
è anche terra di contrasti, di contraddizioni così
evidenti che ti spingono inevitabilemte a porti dei grandi
punti interrogativi, almeno così è stato per
il nostro gruppo! Perché più si rimane, più
si entra nel vivo della storia della gente e allora si scoprono
delle verità che non ti saresti mai aspettata!
Scopri come la donna sia paragonata alla
terra, quindi sia simbolo di vita, di fertilità, però
poi ti raccontano di come vengano trattate tante di loro,
di come siano prese poco in considerazione dai mariti e di
come loro sempre più spesso si sentano frustrate.
Scopri ancora l’importanza della famiglia,
dell’unità, della solidarietà tra famiglie
all’interno della stessa aldea, un senso di comunità
che da noi difficilmente si riscontra. Una volontà
di aiutarsi reciprocamente che ci lascia sbalorditi. Però
scopri anche che molti mariti abbandonano la famiglia, se
ne vanno e lasciano la donna ad allevare da sola anche 8 –
10 bambini!
Personalmente
queste realtà mi hanno un po’ turbata, forse
perché mi aspettavo una terra povera, però ancora
aggrappata ai principi veri, ai valori profondi della vita,
quelli che forse noi stiamo perdendo sempre più.
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Però alla fine il vecchio buon detto “tutto il
mondo è paese” torna sempre valido e mi accorgo
che sono uomini come noi, non sono dei santi e non sono perfetti
solo perché riescono a sopravvivere avendo un quarto
di tutto quello che abbiamo noi. Mi rendo conto che nonostante
tutto, certi valori sono comunque ben radicati dentro di loro:
non smettono di credere nell’importanza della famiglia
solo perché non c’è più un marito,
non smettono di aiutare l’altro solo perché si
sentono indifesi.
Dentro di me non si perderanno mai i volti di tutta la bella
gente che ho conosciuto: si, perché sono belli, sono
cari, sono discreti, sono silenziosi, rispettosi. La loro
presenza si percepisce per la calma che ti sanno trasmettere,
si percepisce nella gioia nel volto di un bambino, nel suo
correrti incontro quando ti vede, nell’abbraccio sincero
e intenso di un popolo che nonostante le torture, le sevizie,
i soprusi ed i lutti subiti riesce ad avere ancora tanto amore
da dare a chi come noi non ha fatto nulla di particolare per
meritarselo, se non il fargli capire che noi sappiamo che
loro ci sono.
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L’indifferenza
nella consapevolezza e nella conoscenza è davvero una
mancanza di rispetto e di sensibilità. Spero che sempre
più persone decidano di fare viaggi di questo tipo,
perché è il modo più diretto, anche se
spesso non indolore, per avvicinarci e ricordarci che su questa
terra non ci siamo solo noi.
Angela |
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