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Esperienze
missionarie - Anno 2005
Esiste
un'India ideale e mitica...
ma
poco corrisponde alla realtà e alla storia
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L’occasione
è venuta da un master “sull’interculturalità”:
parola importante, molto di moda, su cui sono state scritte
e si stano scrivendo tonnellate di carta, magari da chi non
è mai uscito dal proprio gradevole giardino di casa.
Duecento ore di stage da svolgere presso un ente, una cooperativa,
un’associazione le cui attività fossero in qualche
modo inerenti al tema dell’intercultura: questo era
il contorno burocratico nel quale questa indimenticabile esperienza
ha potuto concretizzarsi.
Come
insegnano i filosofi e gli antropologi non c’è
inter-cultura se non ci si confronta con il diverso, con l’Altro.
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Ma
il rapporto con l’Altro, per essere
autentico e fecondo, deve attraversare una pur minima fase
di spaesamento e disorientamento, come se i pregiudizi e le
sovrastrutture sedimentate nel corso della nostra storia personale
e collettiva venissero via via smantellate dall’evidenza
dei fatti nella loro scomoda e imbarazzante verità
e crudezza.
Freud
parlava del “perturbante” come dell’esperienza
di una vertigine che coglie l’individuo nel momento
in cui il complesso di significati e concetti consueti e rassicuranti
precipita in un ineffabile vuoto di senso.
Ecco, il mio incontro con l’India ha avuto un impatto
violentemente destrutturate dei molti preconcetti, luoghi
comuni, visioni semplificanti, facili esotismi che avevo sviluppato
intorno a questo straordinario Paese. |
Esiste
un’India ideale e mitica, proiezione autoreferenziale
di nostri privatissimi bisogni e mancanze, ma poco corrispondente
alla realtà dei fatti e della storia: è l’India
della grande spiritualità che da tempi antichissimi
continua a indicare con voce flautata di sirena, una via di
salvezza e liberazione dalle catene del tempo; è anche,
nello stesso tempo, l’India dei templi maestosi, delle
statue ciclopiche, dei monumenti antichi che regolarmente
campeggiano su cartoline e riviste di viaggi creando un’immagine
oleografica e perfetta, senza pori e senza rughe, come i volti
luminosi e affascinanti delle modelle della reclame, è
infine l’India del grande boom asiatico, dei grandi
numeri, del futuro che sembra già qui alla portata
di tutti quando in verità è ancora appannaggio
di pochissimi sulle spalle dei molti. |
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Ebbene,
è la realtà idealizzata di queste “Indie”
a essere stata fortemente ridimensionata nel momento in cui,
dalla stanca e annoiata provincia italiana, mi sono ritrovato
catapultato in una città di 3-4 milioni di abitanti
(o chi lo sa quanti), dalle scarse attrattive turistiche,
ospite in un misero ostello per il ‘recupero’
dei ragazzi di strada, alle prese con seri problemi di comunicazione
e circondato da un umanità troppo dignitosa per chiedere
aiuto e troppo saggia per ribellarsi.
La cosa che inizialmente può sconcertare è
la quasi unanime indifferenza con cui la
gente del posto osserva i bambini affamati e luridi che in
piccoli gruppi popolano i marciapiede e i binari delle stazioni
ferroviarie. Piccole bande di ragazzini tra i 10 e i 16-18
anni (ma a volte più piccoli) che mendicano qualche
rupia, raccolgono cartacce e bottiglie di plastica per poi
rivenderle, sniffano colla e si prostituiscono…scene
di ordinaria disperazione sotto gli occhi tra il rassegnato
e l’indifferente di migliaia di cittadini e pendolari.
Ma appena si gira per le vie della città la situazione
non sembra cambiare di molto: belle e ricche signore avvolte
nei loro veli pregiati e adorne di splendidi monili attraversano
strade affollate di corpi, di odori, di suoni di una umanità
annichilita dalla forza di un destino impossibile da sostenere.
Ricchezza e indigenza, benessere e miseria convivono
a stretto contatto: potenti fuoristrada dai vetri
impenetrabili alla sguardo sfrecciano lungo strade ai cui
margini stazionano intere famigliole intente a cuocere un
pugno di riso al riparo di una tenda logora che fa loro da
casa.
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Ciò
che soprattutto colpisce e sconcerta è il fatalismo
con cui la gente che ai nostri occhi appare al limite della
disperazione accetta la propria condizione; un’inspiegabile
apatia e senso di rinuncia, un’assurda incapacità
di reagire. Ma è proprio qui, forse, che la distanza
dei nostri orizzonti culturali si fa più grande:
l’uomo occidentale vede nella rinuncia e nell’abbandono
di ogni volontà di affermazione di sé e di riscatto
una sconfitta, uno scacco esistenziale; in India invece, nonostante
le grandi trasformazioni sociali ed economiche in atto, esercita
ancora un grande fascino la figura ieratica dello samnyasin,
il ‘rinunciante’, colui che lascia tutto (la famiglia,
il lavoro, la casa) per ricercare nei luoghi sacri dell’India
la verità dello spirito che tutto abbraccia (aham brahman
= io sono brahman, io sono l’Assoluto).
Ciò
che soprattutto colpisce e sconcerta è il fatalismo
con cui la gente che ai nostri occhi appare al limite della
disperazione accetta la propria condizione; un’inspiegabile
apatia e senso di rinuncia, un’assurda incapacità
di reagire.
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Ma
è proprio qui, forse, che la distanza dei nostri orizzonti
culturali si fa più grande: l’uomo occidentale
vede nella rinuncia e nell’abbandono di ogni volontà
di affermazione di sé e di riscatto una sconfitta,
uno scacco esistenziale; in India invece, nonostante le grandi
trasformazioni sociali ed economiche in atto, esercita ancora
un grande fascino la figura ieratica dello samnyasin, il ‘rinunciante’,
colui che lascia tutto (la famiglia, il lavoro, la casa) per
ricercare nei luoghi sacri dell’India la verità
dello spirito che tutto abbraccia (aham brahman = io sono
brahman, io sono l’Assoluto).
La battaglia contro le ingiustizie e la povertà passa
per forza attraverso la comprensione della mentalità,
della cultura, della fede con il loro portato di miti e superstizioni;
perché se da un lato è vero che il patrimonio
spirituale di questa civiltà millenaria esprime l’autentica
e profonda essenza del suo popolo, è vero anche che
proprio quei miti e credenze contribuiscono a ‘giustificare’
e perpetuare il disagio e la sofferenza dei più deboli.
Non si può pensare di agire per la salvezza del mondo
senza avere l’umiltà di comprendere con rispetto
le ragioni profonde, le dinamiche interne, le contraddizioni
e l’origine di una certa cultura e di una società.
Azione e conoscenza: l’una ha bisogno dell’altra
perché senza conoscenza l’azione è cieca
e senza l’agire il conoscere è sterile.
Si diceva di quanto illusoria e fuorviante sia l’immagine
di un’India idealizzata in senso mistico e spirituale
o mediaticamente incensata in termine di produzione e di pil.
La mia esperienza dell’India ha mostrato le facce nascoste
di questi facili miti: volti di bambini e ragazzi (o ragazzi-bambini,
quasi adulti secondo l’anagrafe ma dal fisico minuto
e gracile di fanciulli) che mostrano, con tutta la loro disarmante
innocenza, la verità negata dalle parvenze del mito
di un favoloso passato e delle “gloriose sorti e progressive”
ancora tutte da verificare. Volti di un’infanzia negata,
di diritti violati, di una dignità offesa; ma anche
volti dallo sguardo fiero e dal sorriso dolcissimo.
Quegli sguardi non conoscono il luogo dove si decide con inflessibile
autorità il destino amaro della loro esclusione. Non
comprendono il meccanismo globale di produzione e conservazione
di quella invalicabile faglia planetaria che divide i ricchi
dai poveri, i giusti dai dannati, i vivi dai morti. Non lo
conoscono perché in realtà ne incarnano fino
in fondo la spietata efficienza al punto da preferire essi
stessi una vita di stenti e senza futuro sulla strada delle
grandi città, alla prospettiva di un personale riscatto
attraverso l’istruzione, la conoscenza e il lavoro.
Molti dei ragazzi che abbiamo ripetutamente avvicinato
durante la street education (educazione di strada) rifiutavano
di seguirci al centro perché non immaginavano neanche
lontanamente possibile che per loro ci potesse essere una
vita diversa da quella che conducevano sulla strada. |
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Ragazzini
già così adulti da pensare se stessi costretti
per sempre nel cerchio chiuso dei propri limiti, incapaci
di comprendere che non è colpa loro, che non è
la giusta punizione per una scelta sbagliata (loro o della
famiglia o della casta di appartenenza) o il contrappasso
di un peccato ancestrale e neanche una sorta di handicap sociale
che non si può guarire o curare.
Quei limiti sono voluti e imposti dall’altro, dal di
fuori e costruiti con il lavoro, le abitudini, i vizi, le
perversioni, i consumi, le alienazioni di cui tutti noi siamo
inconsapevolmente (ma colpevolmente) responsabili e artefici.
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E
non basta elargire un po’ di pietas una tantum cautamente
arginata per impedirle di tracimare e travolgere il nostro
piccolo mondo di piccoli e privatissimi interessi. Non basta
rivestire i panni del benefattore filantropo per qualche settimana
e poi ritornare supinamente alla solita macabra giostra dello
sperpero e dell’indifferenza.
Anche in
scelte valide e nobili come quella del volontariato c’è
il rischio della superficialità: lo slancio altruistico
e solidale che spinge molti giovani tra i derelitti della
Terra cela a volte un’inconfessabile istanza narcisistica
ed egoistica, un bisogno di sentirsi “buoni”,
di fare “un’esperienza forte”, di apparire
diversi.
Questo non basta; bisogna andare oltre, osare di più:
una vera conversione dell’anima e della mente
che stravolga il nostro consueto modo di pensare e di agire
nel quotidiano, nel lavoro, nel rapporto con gli altri. Bisogna
imparare a dire di no, a opporre un Grande Rifiuto
a chi ci vuole macchine acefale, esecutrici di input e circuiti
prestabiliti. Non è un motto retorico e semplicistico
ma davvero il mondo si cambia solo se incominciamo a cambiare
fino in fondo noi stessi.
Alberto |
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