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Esperienze
missionarie - Anno 2006
Crescere
insieme a Zacualpa
relazione del viaggio in Guatemala di Annamaria
dal 10 al 30 Agosto 2006
Il
dieci agosto dell’anno scorso, mio marito Dino,
Elena, Francesca ed io Anna Maria, ci troviamo all’aeroporto
di Venezia per partire per la nostra esperienza di volontariato
in Guatemala.
Più che “semplice” volontariato è
stato un viaggio alla scoperta di una realtà molto
distante da noi e dal nostro modo di vivere. Il Guatemala
è una Terra molto affascinante, ricca di bellezze
naturali, ma anche piena di problemi tra i quali il più
drammatico è la povertà della gente.
Una volta arrivati in Guatemala, a riceverci è Suor
Ana Maria, una persona instancabile con mille impegni;
è lei che ci porta nelle aldee a Zacualpa
dove le persone vivono ancora in comunità indigene
e a spiegarci le loro abitudini, necessità e stile
di vita e le ricchezze di questa popolazione.
Per questa cultura la donna è poco considerata, è
normale che venga abbandonata dal marito e che debba provvedere
al mantenimento della numerosa prole. È per questi
motivi che Suor Ana Maria ci spiega come il “progetto”,
come lo chiama lei, (gli incontri educativi rivolti alle
comunità organizzati grazie alla sensibilità,
al sostegno e la generosità di molte persone), possa
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aiutare queste donne a vivere coltivando il proprio campicello
con mais e fagioli, e magari con un piccolo “allevamento”
di due pecore e qualche gallina.
Poi ci sono i ragazzi che vengono da molto lontano perché
le aldee sono tante; è a loro che vengono
dedicati gli incontri poiché pochissimi parlano lo
spagnolo e Suor Ana Maria cerca di insegnarglielo giocando.
Anche gli incontri con gli uomini sono speciali e a loro viene
spiegato come la loro famiglia debba essere amata e rispettata.
A noi affida i più piccoli, li facciamo giocare e disegnare;
loro lo fanno con entusiasmo e soprattutto con tanta voglia
di imparare. Per noi il conoscere la lingua non è stato
un gran problema nel relazionarci con loro grazie alla sensibilità
e all’intuito di questi bambini per i quali forse un
abbraccio e un sorriso valgono veramente più di tante
parole.
Sono tutte persone “semplici” e molto ospitali,
soprattutto con noi italiani: siamo stati invitati ad un loro
matrimonio, al compleanno del nonno di Juliana che festeggiava
cento anni, e abbiamo partecipato ad un funerale. Spiegare
le emozioni che si provano nello stare con queste persone
non è facile, ma la voglia di tornare da loro è
grande. Grazie alla Fondazione Fratelli Dimenticati per averci
dato questa opportunità!
Annamaria |
e
insieme a Zacualpa
relazione del viaggio in Guatemala
Sono
partita per il Guatemala, lo scorso mese di Agosto, con
il grande desiderio di rivedere un paese che avevo già
conosciuto come turista e che mi aveva affascinato e
colpito per i colori e la bellezza della sua natura, l'accoglienza
del suo popolo e la sua tragica storia di cui, purtroppo,
in Europa si conosce poco. Inoltre volevo conoscere da vicino,
anche se solo per poche settimane, la vita della gente,
lontano dai normali circuiti turistici, e in particolare
degli indigeni di origine Maya, che costituiscono la maggioranza
della popolazione.
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Nella
comunità di Zacualpa, grazie a Suor Ana Maria che ci
ha sempre instancabilmente accompagnati ed incoraggiati, ho
conosciuto un mondo totalmente diverso da quello in cui vivo,
con tradizioni ed abitudini di vita a volte difficili da comprendere,
ma con una ricchezza di valori da noi spesso dimenticati.
Infatti, la parola che ha caratterizzato tutto il nostro soggiorno
a Zacualpa è stata il verbo compartir, cioè
condividere, che nel nostro caso ha significato
essere accolti con grande amicizia ed affetto da parte di
tutti e partecipare ad una serie di avvenimenti a cui siamo
stati invitati con grande calore e semplicità: dal
matrimonio di Brigido e Paola il giorno dopo il nostro arrivo,
all'affollatissimo compleanno del nonno centenario di Juliana,
oppure alla visita di alcune famiglie nelle aldee, le comunità
rurali che circondano Zacualpa.
Qui
abbiamo visto concretizzati i progetti di aiuto per realizzare
un'agricoltura non solo di sostentamento, progetti di allevamento
e di realizzazione di orticolture per migliorare le condizioni
di vita ed evitare l'emigrazione verso le piantagioni della
costa del Pacifico. In ognuna di queste circostanze mi è
apparso chiaro che, dove mancano i beni materiali a cui
siamo abituati, spesso superflui, risaltano, invece, i valori
della condivisione e della solidarietà, che sono
assolutamente naturali per il popolo indigeno, nonostante
lunghi anni di sofferenza e di sfruttamento.
Questo è stato l'insegnamento più grande che
ho riportato a casa dal Guatemala nella nostra ricca società,
dove siamo disposti a regalare il superfluo, ma non a privarci
del necessario e dove la condivisione e la gratuità
rappresentano un'eccezione e non la nostra quotidianità.
Gli omaggi che abbiamo ricevuto, un mazzo di prezzemolo fresco
o di fiori tropicali appena colti per noi, come segno di gratitudine
per la nostra presenza in mezzo a loro, mi hanno commossa:
per gli indigeni, che non sanno neppure dove sia l'Italia,
era sufficiente sapere da dove venivamo per accoglierci come
benefattori.
Ana Maria ci ha insegnato che in ogni missione c'è
“esperienza, dolore ed allegria”.
Ascoltando i racconti dei tragici fatti che hanno sconvolto
il Guatemala durante i 30 anni del conflitto interno e, in
particolare, dei massacri contro la popolazione indigena nella
zona di Zacualpa, mi sembrava impossibile che, solo pochi
anni fa, in questo luogo che ogni giorno accoglieva i nostri
giochi con i bambini e varie attività di sostegno alle
donne, fossero successi episodi di tale violenza inaudita.
Violenza che ancora oggi lascia dietro di sé una lunga
scia di dolore, di paura e di tensioni non risolte all'interno
della popolazione.
La
violenza non è terminata, il Guatemala vive oggi
un'impressionante sequenza quotidiana di omicidi, di rapine
e di tragici fatti di cui leggevamo la cronaca ogni giorno
sui quotidiani locali e che dalla capitale si diffondono anche
in zone più tranquille, come il dipartimento del Quiché.
La presenza delle suore e il loro lavoro quotidiano di promozione
umana e sociale, affinché ogni uomo e donna possa riconoscere
il valore della propria vita e di quella di chi ti vive accanto,
hanno veramente rappresentato, davanti ai miei occhi, l'immagine
della Speranza all'opera.
Così come il loro impegno con le famiglie perché
l'educazione dei figli non consista solamente nell'insegnamento
di compiti ma soprattutto nella trasmissione di valori e la
loro serenità ed allegria nello svolgere il loro duro
lavoro con la certezza che il compimento delle loro azioni
è nelle mani di un Altro.
Durante il nostro soggiorno ho conosciuto persone eccezionali:
sarà difficile dimenticare la simpatia di Suor Elena,
Suor Maria Elena e Suor Josefa, l'affetto di Juliana ed i
suoi racconti sulle tradizioni indigene del Quiché,
il paziente lavoro di Enrique e Don Toño con gli uomini
delle aldee per insegnare loro l'autostima e la responsabilità
necessarie per prendersi cura della propria famiglia e la
festosa accoglienza delle suore a Guatemala City con i loro
fantastici pranzi.
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Infine,
sono stati immediati l'allegria e l'affiatamento che mi hanno
legato ai miei compagni di viaggio Francesca, Anna Maria e
Dino, tanto che alcune persone ci scambiavano per una famiglia!
Sono grata alla Fondazione che mi ha permesso di vivere questa
bellissima esperienza.
Penso
spesso con nostalgia al Guatemala, ne parlo con gli amici
che non ne conoscono quasi nulla, con l'augurio che esso possa
godere presto di pace e di vera giustizia per tutti i suoi
abitanti e con la speranza che questa esperienza possa essere
veramente utile alla mia vita. |
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Elena
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