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Medici in missione - 2003

Cinque sanitari veneti in Guatemala

Siamo partiti in cinque, due medici, Claudia e io, e tre infermiere, Antonia, Ermana e Margaret, non impreparati al viaggio, spinti da “molle” differenti, ma con qualcosa in comune: il desiderio di donare e ricevere amore e la certezza di incontrare Cristo nei fratelli di Zacualpa.
Per il manager Padre Attilio è stata la prima esperienza di lavoro con esperti nel campo della salute e dei bisogni sanitari della sua gente.
Il viaggio per Zacualpa è stato lungo e faticoso, ma subito sono state chiare alcune cose: la bellezza della natura, la dolcezza del clima (non solo quello meteorologico), la festosità dell’accoglienza, la solidità del nostro gruppo, l’affiatamento totale con i francescani, le suore, la gente della parrocchia.
In tre settimane abbiamo ascoltato e parlato, conosciuto e visitato più di 500 indios, mezzi sicuri per comprendere le caratteristiche di questa gente, le gioie e le sofferenze della loro vita, le aspirazioni e i timori. Abbiamo raccolto testimonianze inconcepibili e inaccettabili ai nostri occhi di europei privilegiati e viziati dall’opulenza. Abbiamo visto le loro case, i loro innumerevoli figli, abbiamo mangiato il cibo che ci hanno preparato con le loro piccole e sporche mani. Abbiamo visto il nulla che possiedono.
Eppure, quanta dignità, serenità, voglia e gioia di vivere!
Abbiamo preparato per ciascuno schede sanitarie personali, che potrebbero essere utili se la gente imparerà a farsi vedere dai medici. Perché il problema è questo: le strutture sanitarie e i medici gratuitamente disponibili, bene o male, ci sono, ma per ignoranza, o per convinzioni personali, o per apatia e rassegnazione, o per le difficoltà di trasporto, o per diffidenza, viene meno in partenza il ricorso alla medicina moderna. Con la medicina moderna c’è un rapporto di amore-odio, sospetto-attrazione, cosicché viene meno anche la minima educazione igienica, alimentare, sessuale, e di diritto alla salute.
La vita media della popolazione Maya dell’altopiano del Quichè è piuttosto bassa, e per questo le grandi patologie delle popolazioni “più avanzate” (quanto ci sarebbe da ridire su questa definizione delle popolazioni economicamente più forti!) non esistono o non costituiscono un problema rilevante.
C’è per tutti dai 30 anni in su l’artrosi del rachide cervicale e dorsale, da carico sulla testa di grandi pesi e, forse, da osteoporosi per le numerosissime gravidanze e da umidità del clima con inadeguatezza delle abitazioni.
C’è per molti (specie fra le donne) una relazione ansioso-depressiva da molti fattori: la presa di coscienza della loro miseria rispetto alla diffusa ricchezza mostrata dai media; il distacco, dopo i primi anni e alcune gravidanze, fra moglie e marito, con difetto di autostima della donna; la spiacevole sensazione di non contare come popolo nella propria terra; con ancora nel cuore e nella mente l’angoscia delle violenze subite nell’ultima guerra; con la sensazione di star perdendo le radici della loro civiltà, con la dispersione delle tradizioni Maya.
Ci sono problemi ginecologici legati a gravidanze precoci e molto numerose, con parti in ambienti poveri e sporchi, senza assistenza sanitaria.
Manca del tutto anche solo l’idea di prevenzione delle malattie.
Credo di non sbagliare suggerendo, se si vorrà continuare con questa prima esperienza e questo primo approccio sanitario, che il lavoro futuro debba basarsi sulla educazione alla salute e sulla prevenzione, il tutto accompagnato dalla coscienza dei diritti di tutti i cittadini. E debba essere portato avanti da medici, assistenti sociali, psicologi, educatori, unitamente a volontari ed operatori dei Dipartimenti, con interventi tecnici e politico-amministrativi.
E l’enzima catalizzatore non può essere fornito da altri se non dalla parrocchia, che già oggi è la casa della gente ed il centro di lavoro di gruppi che già si riuniscono per analizzare questi e altri problemi individuali e comunitari.
E noi cinque? Ermana, Margaret, Claudia, Antonia e io? Abbiamo più dato o ricevuto? Difficile dirlo, ma è certo che siamo un po’ cresciuti nella comprensione del senso delle cose e nella certezza della presenza di Cristo là dove due o più persone si riuniscono per pregare. E per me questa esperienza è stata soprattutto una nuova, efficace, gioiosa forma di autentica preghiera.
Non ho detto degli aspetti turistici del viaggio, che sono stati anche loro esaltanti. Semmai sarà argomento di una prossima lettera, perché anche la bellezza della natura può avvicinarci al Creatore.

Antonio