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Medici
in missione - 2004 / 2
Guatemala
23 Lugio – 18 Agosto 2004
| Abbiamo
iniziato, mia moglie ed io, questa esperienza in Guatemala
con stati d’animo diversi (curiosa lei, dubbioso io),
ma con un’unica intenzione. Dare la nostra disponibilità,
anche se per un tempo molto limitato, per un lavoro sanitario
presso una popolazione che aveva in un recente passato molto
sofferto per la violenza governativa che tentava in questa
maniera di arginare i possibili legami della guerriglia con
la popolazione. |
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| Mia
moglie curiosa perché si getta sempre entusiasta ed
ottimista in nuove esperienze, io incerto perché l’impressione
riportata dagli incontri preparatori a Cittadella avesse più
un significato di un “ritiro spirituale” mentre
quello che cercavo era un contatto con una popolazione così
lontana e diversa da me.
L’arrivo a Zacualpa di notte ci ha reso ancora più
misteriosa quella che sarebbe stata la nostra esperienza,
sapevamo solo che avremmo iniziato dall’indomani (Domenica)
l’attività ambulatoriale.
Subito il primo dubbio… ”perché di Domenica
?” La domenica come anche il giovedì c’era
mercato e la gente scendeva dalle “aldee” (le
loro abitazioni in montagna) per “vivere” la giornata
in paese e l’ambulatorio avrebbe avuto quindi una maggiore
affluenza.
Al mattino alle 8 la grande piazza davanti alla Chiesa, intravista
(illuminazione molto scarsa) la sera prima era praticamente
scomparsa dietro una marea di “tiendas” (bancarelle)
che vendevano ogni genere di mercanzia ma in un silenzio surreale
nonostante il brulicare di donne, bambini e uomini vestiti
con abiti dai colori intensi e contrastanti che ci hanno accompagnato
durante la nostra permanenza in Guatemala.
Il complesso ambulatoriale comprendeva un
giardino (sala d’aspetto), una sala visite, due stanze
per terapie ambulatoriali o medicazioni, un magazzino ed il
bagno.
Nel cortile dell’ambulatorio stazionavano già
alcuni nuclei familiari e la responsabile della “consulta”
Hermana Juana introducendoci nella sala visite ci avvertiva
che ogni persona era da visitare!
C’era qualche difficoltà di comunicazione perché
noi cercavamo di parlare in Spagnolo (corso accelerato in
15 lezioni) ma la popolazione parlava quasi esclusivamente
in uno dei 23 dialetti Maya “quichè”. Fondamentali
sono state Hermana Juana e una collaboratrice “ladina”
che gestiva la farmacia erboristica.
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Donne
apparentemente timide, titubanti nel parlare dei loro disturbi,
bambini più piccoli della loro età anagrafica,
uomini (pochi) più attenti ai problemi dei figli che
a parlare dei propri.
Con grande sorpresa le patologie sembravano,
in buona misura, quelle del nostro “occidente”:
dolori cervicali ed alle spalle, mal di testa, stanchezza,
gastrite, e segni di una depressione latente per le donne,
mentre per i bambini costanti disturbi legati alla scarsa
igiene ed alimentazione (fino a oltre i 2 anni l’unico
alimento è il latte materno, ecco quindi la “stanchezza”
delle madri per giunta malnutrite).
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Uguali
sintomi ma per loro la causa è ben
diversa dal nostro stress (conseguimento del benessere).
Per loro la insufficiente alimentazione, la scarsa igiene
(l’acqua in bottiglia si chiama “Salvavida”),
l’eccessivo lavoro fisico (che carichi ed equilibri
sulle teste di quelle donne!), la non sicurezza del nucleo
familiare (emigrazione, lutti, malattie).
Con molta ritrosia parlavano dei loro problemi di salute
e solo quando si chiedeva della loro famiglia (“donde
està el esposo?”) si aprivano lentamente in
storie di lutti o separazioni. I bambini continuavano ad
esplorare il viso materno per capire se la nostra presenza
poteva essere amica, ma alla fine un palloncino colorato
o una piccola magia conquistava la loro fiducia.
Nessuno parlava quasi mai, se non interrogato, dei disturbi
legati all’alimentazione. Erano scontati, non valeva
la pena parlarne!
Ma grande era la sorpresa quando riuscivamo a dire qualche
parola in “quichè”. Sorridevano, lasciavano
la loro ritrosia, gradivano il nostro interessamento ed
i bambini si staccavano dalle madri.
Ma per quanto tempo abbiamo trascorso in ambulatorio a Zacualpa
non mi è sembrato sufficiente per conoscere meglio
questa gente così provata dalla loro pur semplice
ma dura esistenza.
Senz’altro l’esperienza vissuta “nell’ambulatorio”
nelle “aldee” ci ha fatto comprendere
meglio le difficoltà ma anche la serenità
di quella vita .
Vedere in una chiesetta isolata di montagna comparire, quasi
dal nulla, diverse decine di persone, da “baite”
nascoste dalla sempre ricca vegetazione, dopo un annuncio
da un altoparlante della apertura della “Consulta”,
è stato emozionante. Sala d’aspetto (Chiesa)
gremita e visite in sacrestia con le donne sorprese della
possibilità di parlare dei loro problemi senza dover
abbandonare, anche solo per un giorno, la loro casa. Recarsi
a Zacualpa voleva dire portarsi dietro tutti figli piccoli
(3, 4, 5...) per 1 – 2 ore a piedi e poi mezz’ora
di “carro”.
Esperienza semplice ma fondamentale ed intensa, infine,
anche all’interno della parrocchia,
con Padre Attilio, nostro primo “Cicerone” sulla
realtà del Guatemala e di Zacualpa e mente stimolante
le nostre considerazioni, Hermana Ana Maria coordinatrice
di tutte le attività parrocchiali, Hermana Josefa
suora “Maja” referente delle numerose attività
coinvolgenti le donne indios, la già ricordata Hermana
Juana nostra “caposala” oltre che traduttrice
dialettale, Hermana Claudia dinamica suora Nicaraguese sempre
pronta a spronarci con qualche canzone, Fray Balbino officiante
di molte cerimonie religiose ed ottimo musicista.
Abbiamo avuto anche l’opportunità di conoscere
dei medici Cubani che gestiscono, come in gran parte del
Guatemala, delle piccole strutture sanitarie nei luoghi
più decentrati in seguito ad accordi intercorsi tra
i due Paesi. Sarebbe bello riuscire ad organizzare a Zacualpa
una presenza di volontari meno episodica. Si potrebbe così
come prima cosa organizzare incontri con la popolazione
locale per aiutarla ad avere una istruzione di Igiene Sanitaria
di base (abbiamo trovato già in loco delle pubblicazioni
divulgative di norme sanitarie che abbiamo utilizzato durante
la nostra permanenza), riorganizzare l’ambulatorio
selezionando i farmaci (provenienti da più Paesi),
insegnare a somministrare i medicinali pediatrici, impostare
una organizzazione di minima come “Pronto Soccorso”.
Le idee possono essere molte, ma la prima necessità
è quella di riuscire a trovare un numero sufficiente
di “Volontari” disponibili a condividere una
esperienza di vita in terra Guatemalteca.
Fabrizio
Ma
la nostra permanenza in terra Maya non si è limitata
a Zacualpa.
Abbiamo avuto anche l’opportunità di frequentare
l’Hermano Pedro (grande struttura sanitaria)
di Antigua.
Qui ci siamo fermati solo poco tempo ma ugualmente sono stati
dei giorni che ci hanno segnato ed arricchito. Padre José
ci ha ospitato e accolto con la semplicità e serenità
con cui ha voluto improntare la vita dell’Ospedale.
Oltre ai presidi medico-chirurgici, in questa struttura vengono
ospitate persone con gravi handicap e quello che potevamo
fare era soprattutto aiutare a “intrattenere”
i bambini ed i ragazzi/e non autosufficienti. Fabrizio aveva
più tempo disponibile ed era riuscito ad instaurare
con loro un rapporto di gioco.
Per me è stato più difficile perché non
sapevo come rapportarmi con questi bambini incapaci di parlare,
camminare, muovere le mani. Poi però mi sono lasciata
andare e sono state ore veramente indimenticabili, piene di
affetto ed anche di allegria. E’ stata una esperienza
nuova che spero non rimarrà unica.
Lorena
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